di: Rossella Facchini 12 Maggio 2003
Sul web la banda passante è sempre stata, ed è tuttora, un bene prezioso che è importante non sprecare. Questa esigenza, tanto più sentita quando si ha necessità di trasportare grosse moli di dati (come accade ad esempio per le immagini), ha portato, fin dagli albori della rete, a cercare dei sistemi che riducessero il numero di byte da trasportare per veicolare un certo messaggio.
Alla base l'idea è quella di compattare i dati prima di spedirli e poi, una volta ricevuti, scompattarli per poterli ottenere nuovamente identici. Questo è, infatti, proprio ciò che accade anche quando si utilizzano noti programmi di compressione, come ZIP o RAR.
I metodi di compressione sono dei metodi matematici di trattamento dei dati che permettono di manipolare le informazioni in modo tale da ridurre al massimo il numero di byte necessari per immagazzinarle.

Per esempio, invece di memorizzare la sequenza rosso-rosso-rosso-rosso-rosso-rosso-rosso-rosso-rosso-rosso-verde-verde-blu-blu-blu-rosso, il metodo LZW memorizza i dati riguardanti il colore in questo modo: 10 rossi -> 2 verdi -> 3 blu -> 1 rosso. È facile capire come immagini con vaste aree di colore uniforme possano venire quindi molto compresse dal formato GIF, mentre immagini con sfumature molto graduali vengano ben poco compresse.
Il metodo LZW è molto vecchio: la sua prima versione risale al 1978, e, come sempre accade, la scienza fa passi da gigante e l'informatica la segue a ruota. Più tardi, infatti, ci si è resi conto che alcune informazioni trasportate e riprodotte sono rindondanti o addirittura del tutto inutili.
Questo capita perchè alcuni nostri sensi, come la vista o l'udito, sono imperfetti, e spesso riescono a percepire assai meno informazioni di quelle che gli si possono mettere a disposizione.
Si è quindi pensato che, nei casi in cui si debbano trasportare, per esempio, immagini o suoni, si possano eliminare alcune informazioni senza compromettere per questo la qualità; ovviamente questo non è praticabile se ad essere trasportato dev'essere qualcosa che deve risultare intonso, come un testo o un software.
Da questa idea nel 1991 è nato il formato JPEG, che si basa sulla scoperta che l'occhio umano ha dei recettori di luminanza (bianco e nero) molto più precisi rispetto a quelli di crominanza (colore). Il metodo JPEG infatti separa i due canali dell'immagine (luminosità e colore) e applica algoritmi differenti, più precisi sulla luminosità e più drastici sul colore, ottenendo così compressioni molto buone.
Vediamo ora le principali distinzioni fra i metodi di compressione.
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